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Tra agricoltura e sociale,
‘no profit’ e imprenditorialità

Il termine “agricoltura sociale” è entrato di recente sulla scena dello sviluppo rurale in Italia, raggruppando un’ampia costellazione di pratiche differenti che stanno emergendo nei nostri territori; esperienze che, in molti casi, sono nate come azioni dal basso e “cresciute nell’ombra” per molto tempo. In sintesi, le pratiche di agricoltura sociale possono essere divise nelle seguenti categorie principali: (1) cura e inserimento socio-riabilitativo (terapia occupazionale); (2) formazione e inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati; (3) ricreazione e qualità della vita e/o educazione di persone con particolari bisogni.

Le iniziative sono promosse principalmente da due tipologie di attori: (1) imprese “no profit” (cooperative sociali) che operano nel settore socio-sanitario o fanno impresa col fine specifico dell’inserimento lavorativo di categorie svantaggiate; (2) imprese agricole private, che sono imprese “profit” nel settore agricolo. Le istituzioni pubbliche svolgono poi ruoli importanti, secondo la logica del modello decentralizzato, comunitario del “welfare-mix” (gestione mista tra pubblico e privato). Per concludere, le associazioni di volontariato di diversa natura svolgono ruoli complementari di rilievo come catalizzatori e/o intermediazione e supporto, lavorando in relazione con le imprese, gli organismi pubblici, le persone con bisogni speciali e la comunità allargata.

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